Il Padre Trampitas: “A cosa ti serve la vita se non la dai per Cristo?”

Nell’Anno della Fede siamo chiamati a riscoprire l’essenza della nostra identità cristiana, e direi che uno degli aspetti meno considerati dalla stragrande maggioranza dei credenti è proprio il fatto che un giorno dovremo sostenere il giudizio di Dio dopo la nostra morte.
Quando una famiglia cristiana riceve il dono della nascita di un bambino, la prima cosa cui pensa è al suo battesimo, anche se devo ammettere che spesso si fa per motivi più mondani che religiosi. Invece, quando si hanno dei parenti gravemente ammalati, di solito si trovano delle scuse per evitare di chiamare presto un sacerdote. Il pretesto più frequente che si adduce per motivare questo ritardo è il non voler spaventare l’ammalato. Fermo restando che l’unzione degli infermi non è soltanto destinata alle persone che si trovano in punto di morte, quel
lo che la gente dovrebbe sapere è che il Signore, nella sua infinita misericordia, ci ha donato uno strumento di grazia incomparabile, permettendoci di lavare la nostra anima da ogni macchia, prima di dover superare quella soglia che ci porterà al suo cospetto.
Questo dono di salvezza lo possiamo ottenere soltanto dalle mani di un sacerdote (Gc 5, 14-15). A loro è stato affidato il compito delicatissimo di prenderci amorevolmente per mano per poter fare serenamente gli ultimi passi che ci condurranno alla vita eterna.

A tale riguardo vorrei ricordare un sacerdote messicano che si è prodigato in modo ammirevole per la salvezza dei peccatori più incalliti. Il suo nome era Juan Manuel Martínez Macías, ma tutti lo chiamavano padre Trampitas.

Da giovane non si può dire di lui che fosse stato un bravo ragazzo. Anzi, sia lui che i suoi amici erano conosciuti per il loro atteggiamento anticlericale, tanto da organizzare spedizioni punitive contro sacerdoti. Tra le loro vittime anche Juan María Navarrete, futuro vescovo di Sonora. Ma un giorno, mentre organizzava un attentato che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua vita, fu sorpreso dalla mamma, una pia donna, che in lacrime gli fece una domanda spiazzante: “A cosa ti serve la vita se non la dai per Cristo?”

Scosso dal dolore della madre, Juan Manuel decise di cambiare radicalmente vita ed entrò in seminario, ma negli Stati Uniti perché, come diceva lui, se avesse frequentato un seminario messicano, avrebbero potuto pensare che stesse progettando qualche attentato.

Il padre Trampitas divenne gesuita e si fece portatore della misericordia di Cristo in mezzo alle persone che si erano macchiate da crimini gravi. Trascorse trentasette anni della sua vita vivendo come detenuto fra i detenuti nella prigione più grande del mondo, il penitenziario delle Isole Marías, in Messico. Il suo più grande desiderio era proprio quello di dare conforto e di avvicinare le anime di queste persone disperate a Gesù. Sono molte le conversioni avvenute grazie alla sua testimonianza e qui vi vorrei proporre un episodio bellissimo, raccontato da lui in un intervista.1

prigione

“Vi voglio raccontare la storia di Victoria, una delle nostre detenute presso le Isole Marías. Siamo arrivati ad avere 121 donne. Ah, quelle sì che erano cattive! Credo che persino il diavolo avesse paura di loro. Penso che lo stesso demonio, quando andava a tentarle, si affidasse a Dio per non prenderle! Il tutto è successo quando ero appena arrivato alle Isole Marías, all’inizio del 1949 (…).
Victoria era una donna piccolina, davvero molto carina, e quando si accorgeva che qualcuno si fermava a osservarla, diceva: “Che cosa guardi?”. Se cercavano di far finta di niente, lei rispondeva: “Come no? Allora tieni”, e via una sassata. Era mancina e aveva un’ottima mira.
In quei tempi era stata trasferita in un posto chiamato Aserradero, dove erano destinate le persone che avevano compiuto più di sette omicidi. Gli uomini non venivano separati dalle donne, stavano tutti insieme. E da lì è arrivata un giorno una richiesta: “Portatela via di qua, perché o ci uccide lei o la uccidiamo noi, ha già fracassato la testa a tre persone”.(…)
Quel giorno decisi di offrire la Messa per Victoria e chiesi a Nostro Signore: “Signore, portala via! Di qua non la sopportiamo più, vedi se riesci a sopportarla Tu di là”.
Uscii dalla Messa e mi appoggiai alla parete del nuovo ospedale che stavano costruendo. Aveva tre piani ed era molto alto. Ero lì, all’ombra, e stavo finendo di pregare il Rosario quando ad un tratto vidi Victoria che usciva dal bosco e si avvicinava.
Le dissi:
– “Ehilà, Victoria, cosa ti porta da queste parti?”
– “Ho un’infezione all’unghia, sono venuta per farmela medicare.”
-“Senti, te ne sei andata senza permesso dall’accampamento, vero?”
– “E allora?”
– “Niente, niente. Passa, passa! Senti, stanno facendo le medicazioni sul terrazzo all’ultimo piano perché è l’unico posto dove c’è dell’acqua. Negli altri piani stanno ancora sistemando le tubature e non sono ancora agibili. Dai, sali, ma non cacciarti nei guai, eh?”.
– “Ma no, padre, a me non piacciono le discussioni, ma se mi stuzzicano, allora ci sto, eh? Se cercano, trovano.”
Salì e dopo poco da giù sentii che urlava delle parolacce.
Allora pensai: “Ecco la solita vecchia pazza che si mette a litigare! Mi sono proprio raccomandato, e cosa si mette a fare?” Mentre guardavo verso l’alto, improvvisamente la vidi precipitare giù dal terrazzo. Fece un giro completo su se stessa ed andò a schiantarsi sul cemento. E lì è rimase.
Sconvolto dall’accaduto, mi rivolsi a Nostro Signore: “Senti Signore, non eravamo rimasti in questi termini. Io ti avevo detto di portartela, ma in grazia di Dio!” Delle persone l’avvolsero quindi in un tappeto, la portarono su e l’adagiarono su di un tavolo della sala, che un giorno sarebbe diventata il pronto soccorso dell’ospedale. Arrivò il dottore e, dopo averla visitata accuratamente, disse che ormai era in coma. Faceva fatica a respirare.
– “Non c’è più nulla da fare” disse. “Ha tutte le ossa rotte. La lascio nelle sue mani.”
“Va bene” risposi io. Mi rivolsi alla Madonna di Guadalupe, perché dovete sapere che la mia Regina non si è mai tirata indietro: “Mammina mia, guarda che sono poche le volte che mi sono rivolto a te con tanta urgenza. Vedi le mie lacrime. Ti offro tutte le mie sofferenze, le malattie, i miei limiti, le angosce, i momenti di solitudine …”
Non avevo ancora finito la mia preghiera, quando vidi che lei aprì gli occhi e le dissi:
– “Senti, Victoria, non sono venuto a dirti di confessarti, eh! Sono venuto a dirti che fra un paio di minuti, non ore ma minuti, ti troverai davanti al Tribunale di Dio”.
– “E a me cosa me ne frega!” rispose.
Avresti dovuto vedere quanto era brutta. I suoi occhi lampeggiavano.
– “A lei cosa può importare. Sparisca!”
– “No, Victoria, non fare così.”
Non sapevo cosa dire, ma ad un tratto mi ricordai che in un’occasione mi aveva raccontato di avere avuto delle insegnanti suore all’orfanotrofio. Allora le chiesi:
– “Senti Victoria, pensa alla tua infanzia. Ricordi quando eri nell’orfanotrofio per le bambine povere? Di sicuro avrai fatto la Comunione, vero?”
– “Certo che la facevo, altrimenti quelle suore mi avrebbero abbassato i voti.”
E incominciò a raccontare.
Poi, però, mi ricordai che lei mi aveva detto di essere stata congregante della Madonna e, vedete, quello sì che mi diede sicurezza, perché la Madonna non abbandona mai una congregante fedele.
– “Guarda Victoria, tu mi hai raccontato un giorno di essere stata in una congregazione della Madonna, vero?”
– “Sì, e allora?”
– “Allora di sicuro quando ti hanno dato la medaglietta, avrai fatto una buona Confessione e avrai ricevuto la Comunione.”
– “Può darsi di sì” e il suo volto cambiò espressione.
– “E cantavate nella congregazione, vero? E’ vero che cantavate ‘Sia benedetta la tua purezza’?
Le chiesi la prima cosa che mi venne in mente e, vedete, si lasciò cullare dai ricordi fino alla sua infanzia e mi rispose:
– “E a tre voci, padre … Doveva sentire come era bello.”
– “Ah, e come finiva quel canto, Victoria?”
E incominciò a ricordare muovendo le labbra:
– “Non mi lasciare Madre mia.”
– “Come? ‘Non mi lasciare Madre mia’? Ripetilo Victoria. Dillo ancora più forte. E’ giunta l’ora in cui la Madonna ti ripagherà quella Comunione ricevuta quando ti diedero la medaglietta, quando ti sei consacrata a Lei.”
E riprese a cantare:
– “Non mi lasciare Madre mia. Non mi lasciare Madre mia.”
Ad un tratto mi strappò il crocefisso e disse:
– “Padre, sono ancora viva. Mi confessi padre, mi confessi.”
Lei gridava:
– “Non mi lasciare Madre mia. Non mi lasciare Madre mia.”
Pianse e anch’io piansi. Piangemmo entrambi.
– “Bene, Victoria, offri la tua vita che sta per finire a Dio, Nostro Signore.”
– “Sì, padre. Non mi lasciare Madre mia. Non mi lasciare Madre mia.”
Mentre parlava, le diedi l’assoluzione. La sua voce divenne poi sempre più flebile. Andò avanti a muovere le sue labbra ripetendo le stesse parole. E rimase così.
Vedete quanto è grande la misericordia di Nostro Signore quando si pente un peccatore! Ogni volta che racconto questa storia mi viene un nodo alla gola e ricordo tante altre esperienze incredibili.

La tomba di padre Trampitas si trova sulle Isole Marías, di fianco a quella di un pericoloso assassino che aveva progettato di ucciderlo e che desistette dall’intento, conquistato dalla semplicità di questo nobile sacerdote.
Quando un giorno gli chiesero come avesse potuto vivere in mezzo a tante miserie e difficolta, rispose candidamente: “Vedete, sono le parole dette da mia madre che mi sostengono in quella prigione. Quando sento nostalgia della libertà, quando mi viene voglia di abbandonare tutto, mi sembra di sentire l’eco della voce di mia madre che dice: ‘A cosa ti serve la vita, se non la dai per Cristo?’”

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1. Se vi interessa, le interviste di padre Trampitas (in spagnolo) si possono trovare in rete.
Ecco il link per ascoltarle: http://www.youtube.com/watch?v=ayc_Nej0tzA

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